Capitolo 6 – COLPA

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Tutta la religione, affermando che gli umani sono colpevoli di natura perché nascono con la colpa del peccato, si è sempre presa molta cura della colpa, molto più rispetto a quella presa nei confronti della persona che, invece, è considera come qualcosa nata nella monnezza, mentre la colpa no, la religione considera la colpa come qualcosa che proviene dal bene supremo, dalla giustizia suprema, è dio che fa sentire in colpa ed è sempre dio che punisce per tale colpa, ma non lo fa soltanto la religione intesa come dottrina, lo fa il pensiero ogni volta che fa intervenire la colpa, che talvolta può provenire dalla natura, dal rapporto con essa, da come la natura ci fa sentire, o da ciò a cui costringe, oppure può provenire dall’universo, da come esso ci fa sentire, piccoli, insignificanti, mancanti di un significato all’altezza di quello che esso ha per noi, colpevoli della propria insignificanza.
Sono molte le occasioni offerte dagli umani, cioè dal pensiero religioso, per sentirsi e per far sentire in colpa, e ogni volta che accade, accade qualcosa di molto particolare, l’enunciazione di una colpa si trascina sempre dietro ogni volta con sé l’enunciazione di volersene sbarazzare. Enunciando la colpa si enuncia che c’è qualcosa che non si vorrebbe, qualcosa che è lì dove non ci si aspetta che sia. Per questo mancanza e colpa vanno a braccetto, dovunque ci sia una qualunque mancanza, è inevitabile che subentri la colpa, poi può essere un senso di colpa se la mancanza è attribuita a sé, oppure può essere attribuita a qualcun altro, o a qualcos’altro. In ogni caso, quando qualcosa non è lì dove ci si aspetta che sia, appare la mancanza ed è esattamente questo apparire a porsi come qualcosa che è lì dove non ci si aspetta che sia. Qualunque mancanza trascina sempre con sé la colpa per tale mancanza.

In assenza di pensiero religioso non c’è nessuna possibilità di colpa, in assenza della necessità di trovare in qualcos’altro di esterno al linguaggio qualcosa che garantisca del proprio pensare e del proprio fare, c’è soltanto la responsabilità nei confronti di esso. Questo non significa naturalmente che la persona non si interessi di quello che fa diventando una belva feroce, certamente no, anche perché non gliene importa assolutamente niente di diventare una belva feroce, è una cosa che può importare soltanto laddove diventare una belva feroce sia connessa con qualcosa che viene considerato necessariamente vero. La persona, una volta abbandonato ogni pensiero religioso, non è proprio più nella condizione di non interessarsi di quello che fa come invece accaduto fin ora, a quel punto può fare qualunque cosa ritenga opportuna, ma sempre sapendo esattamente quello che fa e perché lo fa, né mai, per nessun motivo al mondo, abdicando alla totale e irreversibile consapevolezza di quello che sta facendo. È la mancanza di questa consapevolezza totale, assoluta e irreversibile che fa nascere le persone nel peccato e morire non si sa dove. Ma è una mancanza frutto di un inganno senza cui gli umani non avrebbero la necessità di sentirsi in colpa, o far sentire in colpa gli altri.

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