Cosa fa l’Analista della Parola?

L’analista della parola pone le condizioni affinché il parlante possa mantenere una continua, costante, inevitabile lucidità di pensiero, sapendo sempre sia che cosa sta accadendo in ciò che dice, sia che cosa sta accadendo in ciò che dicono gli altri.

Mette a disposizione tutti gli strumenti per essere più attenti, più curiosi, più veloci nel reperire elementi e sviluppare un pensiero forte senza che abbia più bisogno di appoggiarsi a qualcosa che funga da garanzia supposta esistere al di là di esso. Libera dall’ingenuità nei confronti dei propri pensieri e dalla conseguente necessità di esercitare il potere sull’altro per affermare una altrimenti insostenibile verità e dunque libera dal bisogno di attaccare qualcuno, o di essere difeso da qualcosa che costituisce una minaccia, consentendo di accorgersi delle proprie fantasie e non esserne così più travolti, cessando di essere manipolabile, persuadibile e ingannabile.

L’analista della parola illustra le condizioni del pensiero, mostra cos’è che consente di riflette e come ci si prende cura del pensiero e dell’arte di pensare. Riflette su se stesso, sul proprio discorso, sul modo in cui esso si sta svolgendo, a partire da ciò che non può non essere dal momento che se si sta svolgendo, cioè da quella Struttura che consente al pensiero di svolgersi.

Mostra il funzionamento del logos e come non essere travolti dalle proprie fantasie.

L’analista interroga, riflette sulle condizioni per cui il discorso che viene fatto è quello che è e pone questioni intorno a ciò che il discorso costruisce per sapere quale criterio lo ha costruito. Interrogare non è facilissimo, bisogna proprio mettersi d’impegno, perché è straordinariamente facile assumere una premessa qualunque e poi da lì cominciare a concludere: “esiste questo, esiste quello”. La questione è che poi, da come la persona pensa, si comporta e se penso che qualcosa esiste indipendentemente da me che la penso tale e che, dunque, la faccio “esistere” in quanto tale, allora ecco che questo “esistere” non è preso nell’accezione di significare qualcosa in quanto elemento all’interno del logos, bensì è preso nell’accezione di qualcosa al di là della parola di fisso ed eterno e allora, a questo punto, questa cosa non posso che subirla e diventa una cosa che costringe il pensiero ad assumere tutta una serie di verità ad essa connesse che lo muovono e lo pilotano, nella completa inconsapevolezza del percorso che ha compiuto per giungere a costruire quella sequenza che poi ha accolto come vera.

L’analista della parola non è uno psicanalista, non è un filosofo, oppure un logico, né un linguista, questi personaggi sono soltanto ruoli all’interno di discipline che funzionano niente più che come dei giochi, cioè sono prodotti dall’aver stabilito delle regole, regole di inferenza ovviamente, sono soltanto degli effetti.

L’analista si occupa prettamente delle condizioni e non degli effetti. Si occupa di come funziona il linguaggio, si occupa del “super gioco”, quello che è la condizione per giocare qualunque gioco, che sta oltre a tutti gli altri e oltre al quale non c’è nulla. Non si occupa di tutti i giochini che esso può costruire, nei confronti dei quali può eventualmente avere delle curiosità e si avvale pertanto di moltissime discipline e di tutto ciò che è stato elaborato dal pensiero perché legge, ascolta, considera, elabora e articola moltissimo, con estrema facilità e velocità nell’acquisire nuovi elementi e nel reperire gli agganci e le connessioni fondamentali nella struttura di qualunque argomento, teoria, trattazione.

L’analista della parola fa tutto ciò esclusivamente per amore, amore per l’onestà e la dignità intellettuale.

Una formazione di questo tipo non è una formazione psicanalitica, non è una formazione linguistica, semiotica, logica o cose del genere, tutte queste discipline in quanto tal non interessano, però interessano i problemi che sollevano. Nello svolgere la propria attività, pone l’attenzione sull’uso particolare del significato che si sta facendo in quel momento e sulle connessioni che il discorso costruisce, e può accorgersi di tutto ciò che sta accadendo, di tutto ciò che sta avvenendo nel discorso senza lasciarsi coinvolgere dal contenuto, dato che sa benissimo che il contenuto molte volte è soltanto un pretesto per dire altro di cui il parlante non è consapevole.

Ciò che fa è una prerogativa che è sfuggita ad altri: applica le conclusioni di un discorso all’argomentazione stessa che le ha prodotte accorgendosi così che, nella maggior parte dei casi, la demoliscono completamente. Sicché, sapendo che in tutti questi casi la legittimazione viene da ciò che si crede vero, per una questione di onestà intellettuale, si trova nella condizione particolare di assoluta estraneità a qualunque forma di credenza, a dare cioè il proprio assenso incondizionato a qualunque affermazione come se fosse qualcosa di necessario perché questo andrebbe contro il suo stesso sapere e nessuno può pensare vero qualcosa che sa benissimo essere falso. Può darlo il proprio assenso, ma sempre molto condizionato, così come quando, giocando a scacchi, gli viene detto che un pupazzetto è un re, non si mette lì a fare obiezioni sul fatto che un pupazzetto di legno di avorio non sia un re, perché accoglie semplicemente un gioco in cui questo pupazzetto ha questo utilizzo. Sa perfettamente che cos’è un luogo comune e non li teme affatto, anzi, li utilizza al meglio e, sapendo che si tratta di affermazioni completamente gratuite, considera non più possibile e non più ammissibile che si proceda facendo di luoghi comuni dei criteri di verità.

Tutto ciò che fa, che pensa, che agisce, è l’effetto di sequenze, di argomentazioni, di parole, di atti linguistici perché anche l’analista, come ciascuna persona, si muove in conseguenza di ciò che ritiene essere vero e lo ritiene tale, in conseguenza delle sue argomentazioni. Ciò che lo distingue è che, nel fare ciò, non può esimersi dall’interrogare il modo in cui funziona un ragionamento, il modo in cui si struttura un’argomentazione e, data l’eventualità che tutto ciò che un’argomentazione costruisce sia vincolato al modo in cui funziona la parola, interroga la parola.

Ciò che fa l’analista della parola è, propriamente, Scienza della parola, dove “scienza” ha un’accezione molto più forte di quella che per esempio si utilizza nell’ambito della fisica, della botanica, o che usa un entomologo e cioè come un percorso che muove da qualcosa di necessario per affermare qualcosa di necessario. Se un’affermazione non è necessaria, allora si può affermare benissimo il contrario, per cui, se qualcuno l’afferma, è perché lo ha deciso lui attraverso un criterio del quale, dunque, si deve assumere la completa responsabilità dicendo che a lui semplicemente è piaciuto quello, cosa che non rende il suo criterio molto valido, ma almeno fa di lui una persona intellettualmente onesta. Perché, in caso contrario, sarebbe un chiaro tentativo di inganno.

In genere, invece, ciò di cui proprio l’analista della parola non può non accorgersi è che, tanto il discorso comune, quanto quello scientifico, è l’affermazione dell’inganno, cioè l’affermazione di qualcosa come se fosse dimostrato, attraverso un criterio necessario. Talvolta l’inganno non è consapevolmente intenzionale, semplicemente tutto ciò che dovrebbe essere di più sottoposto a discussione, indagine e verifica, viene dato omertosamente per scontato. Quando una persona discute, muove dall’idea che le premesse da cui parte siano certe, garantite ontologicamente e che sia proprio così. E’ soltanto sulla base di ciò, di questa sorta di ingenua inconsapevolezza, che afferma le cose che afferma. Non c’è la minima interrogazione nella maggioranza dei discorsi, forse anche perché, laddove le cose si affrontano in maniera meno superficiale, sorgono dei problemi, problemi noti a taluni e che si è cercato di sviare in tutte le maniere. E infatti, quand’è che un’affermazione è provabile? In che modo è possibile provare la necessità di un’affermazione?

Occorre un criterio di prova, certo e questa questione di dovere provare ciò che si afferma vale per chiunque, anche per chi compera un chilo di mele al mercato, o sta valutando l’esistenza dei buchi neri, o chi deve trapanare un cranio, o chi, come l’analista della parola, si occupa invece delle cose più sofisticate ed eccelse, cioè delle condizioni stesse di tutte queste operazioni.
L’analista della parola sa benissimo che, tanto il discorso di una fanciulla, quanto una teoria, possono affermare qualunque cosa, però dimostrarla è un altro conto.

Per la scienza comune tutto ciò che non è dimostrabile non è scientifico, ma si è mai chiesta cos’è la dimostrazione?

La dimostrazione non è altro che una sequenza di proposizioni che muove da un enunciato considerato vero e, attraverso una successione di passaggi coerenti tra loro, giunge alla conclusione, cioè a un altro enunciato vero che risulta tale perché si sono compiuti passaggi coerenti partendo da una premessa vera. Ma a parte il fatto che, il più delle volte, le conclusioni di una certa argomentazione applicate all’argomentazione stessa la demoliscono producendo continue contraddizioni, occorre chiedersi che cosa dimostra che l’enunciato, cioè la premessa, da cui muove la dimostrazione sia vero? Cioè, che cosa dimostra le necessità della dimostrazione utilizzata?

La scienza comune costruisce un sistema di prova il quale però, per essere considerato valido, deve a sua volta dare prova di sé, della propria necessità e questo, ovviamente, utilizzando un criterio il quale a sua volta dovrà provare la propria necessità attraverso un criterio che dovrà provare la propria necessità e così via. Condizione che i medioevali chiamavano “Regressus ad infinitum”, cioè se ancora non ho stabilito che cos’è la verità come faccio a sapere se quello che dico che sia è vero oppure no? Questione antica che l’analista della parola riprende, ma in modo più radicale, intendendo fare qualcosa di essenziale che nemmeno la scienza comune è riuscita a fare e che tragga unicamente da ciò che non si può non fare le regole del criterio necessario che va a definire.

La scienza comune si basa unicamente sul calcolo numerico applicato all’osservazione, ma a parte il fatto che non c’è nulla di più ingannevole dei sensi fisici e che il calcolo matematico non può affermare nulla di ciò avviene al di là della matematica, muovendo dall’osservazione la pone come criterio di prova, ma cos’è esattamente l’osservazione?
La scienza comune afferma che l’osservazione è un procedimento costituito dai neuroni, dalla percezione, da delle particelle che vibrano, così come spiega la teoria della luce, però tutto ciò è una petizione di principio perché dà per acquisite tutta questa quantità di cose senza cui, dice, l’osservazione non potrebbe funzionare, apportando come prova della loro esistenza proprio l’osservazione. In pratica, pone come prova di esistenza ciò stesso di cui dovrebbe dimostrare l’esistenza.

Costruirsi i criteri di verifica della dimostrazione, come fa la scienza, non dimostra nulla di necessario perché le premesse da cui parte sono arbitrarie, non utilizza regole necessarie, ma regole che ipotizza e che portano a conclusioni che non dicono nulla di ciò che avviene al di là di quella tesi. La scienza comune cerca di spiegare i fatti che osserva partendo con l’enunciare una tesi per poi tentare di confermarla ricorrendo ad una verifica sperimentale, ma la validità della sperimentazione è stabilita in base alle stesse regole che hanno stabilito l’ipotesi da confermare. Sono regole per giocare un gioco valide all’interno di quel gioco, mentre invece ciò che si suppone è proprio che queste regole mostrino una realtà che va al di là della tesi che le stabilisce. Nell’osservazione è già implicita l’esistenza di una realtà, nel calcolo numerico anche, nella dimostrazione anche, e quindi queste devono dimostrare la realtà però l’esistenza della realtà è già data per acquisita. Altro che prove scientifiche, tutto il discorso scientifico non vale nulla ai fini della conoscenza e non fa altro che girare in tondo su sé stesso.

La scienza comune utilizza regole per verificare fatti che accadono non accorgendosi che anche il ritenere qualcosa un fatto deriva da una regola che si sta utilizzando.

Muovendo dall’osservazione, tutto ciò che osservo e tutta l’osservazione non farà altro che confermare a ogni passo ciò che ho posto come principio basilare, non ci vuole niente a fare questo perché l’osservazione è un metodo che giunge a quelle conclusioni che generalmente si aspetta di trovare, non fa altro che confermare ciò che si immagina che essa debba mostrare. Uno scienziato molto stimato e famoso di cui però qui non interessa il nome, un fisico per la precisione, ha detto che è la teoria che determina l’osservazione. Questo significa che da come penso osservo, quindi se penso che l’osservazione sia una prova, allora non farò altro che verificare le cose penso e tutto ciò avvia un modo di pensare molto simile alla superstizione, però, porre la superstizione a fondamento di una ricerca pare non essere un criterio sufficiente, almeno non nell’ambito della conoscenza.

La necessità di dovere ricondurre qualunque cosa alle cose a cui si crede è comunque una limitazione e ci mostra un panorama desolante, un panorama che offre poche occasioni all’intelligenza, non c’è la minima interrogazione e la maggioranza dei discorsi sono costruiti da nient’altro che una sequenza di opinioni e l’opinione non ha nessun interesse, è fatta di nient’altro che di superstizione.

E’ curioso come il discorso occidentale pur piccandosi di essere il più raziocinante, di avere raggiunto un livello di raziocinio notevole, invece si muova utilizzando strumenti e strutture di una ingenuità sconcertante, sia quando muove intorno a questioni dogmatiche, o religiose, sia quando riflette intorno a questioni scientifiche, è ingenuo allo stesso modo, è ingenuo perché crede (e per fare questo occorre una buona dose di creduloneria) che ciò che afferma mostri una realtà che va al di là delle sue affermazioni, ma lo fa con tanta convinzione quanto poca è la possibilità di provarlo.

Perché una proposizione sia effettivamente provabile occorre che né il metodo di prova, né gli elementi da cui muove possano essere messi in discussione, occorre che muova da qualcosa di molto solido.

Dunque cosa utilizzare per riuscire in un’impresa del genere? E se utilizzassimo ciò stesso che consente di costruire una proposizione non avremmo forse risolto ogni problema?

L’azione di osservare comporta che si osservi necessariamente qualcosa, altrimenti è osservazione di che? Per cui, questo qualcosa, occorre anche che si sappia prima cos’è, occorre già conoscerlo, altrimenti come mi accorgo che lo osservo? Vedendolo?? E com’è possibile che mi accorga di vedere quella cosa lì, se prima di sapere che è quella cosa lì, lo devo vedere? Se devo sapere prima cos’è che sto osservando per dire che lo sto osservando, allora non è possibile conoscere nulla attraverso l’osservazione che già non si conosca ed è chiaro che il sapere non può procedere da essa perché ancora non si sa cosa essa sia. Ma allora com’è si conosce davvero? Come si sa davvero di osservare? E come si giunge a sapere qualcosa? Non potendo procedere dall’osservazione, il sapere può soltanto procedere da qualcosa che precede anche l’osservazione stessa. Ora, questo qualcosa che la precede che cosa può essere se non esattamente la struttura che consente di produrla…?

Il problema dell’osservazione è uno soltanto: l’osservatore. Perché non soltanto, come si è accorta la fisica dei quanti, è esso che determina l’osservato, ma anche, aggiungono gli analisti della parola, se e quando, cioè a quali condizioni osserva. Ciò che invece non dipende dall’osservatore, è il fatto che, dinanzi a determinate condizioni, ci siano determinate conseguenze. “Se A, allora B”, qualunque cosa si associ a questo A e a questo B, è quel procedimento, chiamato sistema inferenziale, che consente di giungere a concludere che, se si verificano determinate condizioni (A), allora sto osservando (B). Ma non è l’osservazione a dirci che “se A, allora B”, tutto ciò avviene in termini puramente logici, attraverso passaggi logici che trascendono la capacità di osservare e, anzi, sono la condizione affinché si possa concludere di star osservando qualcosa. Ora,

  • posto che chi osserva deve sapere che c’è qualcosa da osservare
  • posto che per sapere di star osservando qualcosa devo poter compiere necessariamente un passaggio da A a B,
  • posto che sono io, cioè il parlante, a stabilire cosa è A
  • posto che stabilire cosa è A è arbitrario, ma stabilirlo è necessario
  • pongo come A proprio il “se A allora B”

Cioè, pongo come condizione di esistenza dell’osservazione la condizione di esistenza del poter concludere che sto osservando.

Questo è, fondamentalmente, quello che fa un analista della parola.
Si occupa cioè delle condizioni necessarie per via delle quali le cose sono quelle che sono.

Quello che propone l’analista della parola è il sistema più semplice e più potente e, come è noto, più il sistema è semplice più è potente.

Un sistema coerente e completo che non ha bisogno di nulla al di fuori di sé, né per funzionare, né per essere definito. La differenza tra tutte le teorie costruite è che quella della scienza della parola non è una teoria, ma una pura pratica, la pratica dell’intelligenza. Ciò che afferma è una necessità pertanto è al di qua di qualunque dimostrazione possible perché costituisce quel sistema che consente la costruzione di una dimostrazione. In fondo, il necessario non è una teoria per definizione e non può, né ha bisogno di, essere dimostrato perché gli strumenti a disposizione per dimostrarlo sono ciò che lo fanno funzionare.

L’analista della parola dona ad ogni elemento una dignità, tanto argomentativa quanto scientifica che lo pone in maniera completamente differente da quell’entità che afferma il discorso comune e che sta lì, da qualche parte non si sa bene dove, in qualche modo in si sa bene come, per qualche motivo non si sa bene perché, bensì ne rileva la necessità e cioè che è necessariamente inserito all’interno di un sistema di parole e che dunque è solo ed esclusivamente la sequenza prodotta a renderlo tale. Sequenza non sempre prodotta consapevolmente.

L’analista della parola, invece, sa sempre quello che fa per questo considera ciò che non può non fare per sapere di fare qualunque cosa, cioè parlare.

Chi non sa quello che fa, o non è un parlante, oppure parla senza sapere quello che dice.