Capitolo 2 – CREDERE

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Perché credere? Il credere, se c’è, è perché è funzionale a qualcosa, non è accaduto per caso che gli umani abbiano cominciato a credere e non è nemmeno un fatto naturale, o una questione innata, non più di quanto sia innato e naturale essere tifosi della Juventus o del Napoli.

C’è chi crede in dio, chi nella scienza, c’è chi crede nell’amore e chi crede nei valori, gli umani credono a qualunque cosa e al suo contrario, come è inevitabile che sia laddove vige il credere e tutte queste credenze, tutte queste supponenze, tutte queste superstizioni, hanno in comune una cosa: tutte affermano delle verità che sono pensate tali immaginando che esista da qualche parte qualcosa su di cui esse sono fondate, pur non potendolo provare. La religione, ad esempio, dice che le cose che afferma sono garantite da dio, la scienza invece dice che sono garantite dalla realtà. Mentre gli altri due casi presi in esempio, dicono che le cose che affermano sono garantite un po’ da dio e un po’ dalla scienza, un mix sempre perfetto.

In linea di massima non si va oltre questo, ciascuno traduce il mondo che lo circonda nella dottrina che ha imparato, esattamente così come un cattolico interpreta la realtà che lo circonda in un modo differente da un buddista, o da un islamico. Ogni sistema sociale fin ora costruito è soltanto un insieme di credenze condivise, è costruito sulla base di fantasie che si sono radicate esattamente come accade nello psicotico. Quando si parla con persone che sono prese nel pensiero religioso, è esattamente come parlare con uno psicotico, cioè con una persona che non ha nessun accesso ad altri pensieri al di fuori di quelli in cui si trova, qualunque altro pensiero non è accolto e non può essere accolto in quanto soltanto il suo è quello vero. Una qualunque persona che si incontra per strada, rispetto a quelle che sono rinchiuse nei centri psichiatrici, ha soltanto un sistema di credenze più condivise, ma comunque non meno radicate, al punto da essere difeso anche con le armi se occorre. Risulta essere alquanto radicato schierare divisioni corazzate ed eserciti così come fanno gli stati e le nazioni per difendere le proprie credenze, il proprio sistema sociale di valori. Eppure, è soltanto quando si è assolutamente sicuri di qualcosa che non si ha bisogno di combattere per essa. E la fede, per quanto ci si provi, per quanto si tenti, non può assolutamente offrire alcuna sicurezza, al contrario, è essa stessa che è insicura e non può essere altrimenti, per questo esige di essere difesa e quindi si combatte, fedelmente ed eroicamente, talvolta ci si mette anche il giubbetto di dinamite e ci si fa esplodere facendo saltare in aria tutto. E’ la conferma di questa fede, come dire: “vedi che la mia è più vera? Io mi faccio saltare per aria insieme con gli altri quindi più vera di così?”. La stessa identica cosa avviene nel racconto che narra la storia di gesù, finendo in croce ha confermato che ciò che ha detto è vero, si è fatto crocifiggere per le cose che diceva, più vere di così? In effetti non è un caso che, dopo l’invenzione di tutta questa storia, per secoli sia stata utilizzata la tortura come verifica di quanto affermato, come dire, era un passaggio inevitabile. Ma ancora oggi si torturano le persone per farle parlare, per fargli dire la verità, nonostante ciò risulta molto possibile mentire anche sotto tortura come riportato da numerosi episodi, ciò che permane è l’idea che per la verità, per svelarla, o per nasconderla a seconda dei casi, si debba anche esser pronti a morire. Certo, se credo che questa cosa che per me è vera, ha una sua esistenza quindi è tale, cioè è vera, per sua proprietà, essa assume un aspetto che va oltre qualunque altra importanza e allora sono disposto ad accettare anche la morte se questo serve ad eliminare ciò che le sta andando contro e infatti la morte com’è considerata? Come l’unica certezza, come dire: “una certezza deve pur esserci, non si trova, quindi eccola, ecco la certezza di non avere alcuna certezza” e in effetti non è che la morte offra grandi certezze, non si sa proprio nulla di certo della morte, anzi, è la cosa più incerta che esista, però si muore, di questo gli umani sono di certi, di vivere già meno, gli pare, ma talvolta non sono sicuri, tant’è che in quei momenti pensano di essere già morti, nati morti, o mai nati, per sempre morti, più certezza di così? Al pari della morte, tutto ciò che è posto come certo è una sorta di fine corsa oltre la quale il pensiero non può andare perché lo ritiene vero e allora il pensiero si arresta perché se una cosa è sicura, è certa, oltre non è possibile andare. La morte è stata posta come certezza perché è considerata la realtà, magari il vivere no, può anche non essere reale, forse è tutta una finzione, ma la morte no. Sono considerazioni molto banali e assolutamente insostenibili, eppure è così che hanno pensato gli umani fin ora. Fin ora.

L’intoppo del pensiero è la “realtà delle cose”, si pone come l’ultima barriera: questa è la realtà e quindi non possiamo farci niente, l’essere umano muore e non ci si può fare niente, anzi, guai a provarci. Ecco, questi enunciati costituiscono una sorta di arresto come se il discorso, il pensiero, al di là di questo punto non potesse andare. Ciò che risulta evidente in tutto ciò, è che l’unica cosa che importa ciascuna volta è potere affermare una verità che non dipenda da sé stessi. Tant’è che ciò che per lo più viene addotto come giustificazione dell’esistenza del pensiero religioso e della fede, è proprio il fatto che gli umani muoiono e allora, siccome muoiono, ecco che si trovano ad avere paura della morte, quindi ricorrono alla religione che, inventando delle risposte, calmerebbe la paura, ma la questione è che per avere paura della morte e aver quindi bisogno di inventare la religione, occorre che si consideri questa morte, e dunque anche la vita, in maniera tale da credere le proprie considerazioni necessariamente vere, cosa che però, quando poi le si va ad interrogare, si scopre sempre che non risulta essere affatto. Affinché si possa aver paura di qualcosa, occorre che ci sia qualcosa di considerato vero, non si può avere paura di ciò che si sa essere falso e infatti la paura stessa è considerata qualcosa di necessariamente vero, nessuno dubita della propria paura, quando una persona ha paura, in genere, è certa di avercela veramente, eppure, a ben vedere, nessuno vieta di dubitarne e se dubito della mia paura, che succede….? E se non ho più paura, allora a quel punto smetto anche di interrogarmi….? E come faccio a saperlo se, dopo che ho smesso di avere paura, non me lo chiedo….?

Il pensiero funziona in un modo preciso sempre, anche quando diventa religioso, soltanto che quando diventa religioso, finge di funzionare diversamente, ecco, il pensiero religioso è un diversamente pensiero… Un pensiero che costruisce il concetto di vita e di morte e poi si chiede “perché esiste quel concetto”? Dopo di ché, dà la prima risposta che gli viene in mente, la prima cosa bella che trova e chiude lì la questione, non si interroga più. Ma se io affermo “la morte è una cosa certa” come so di aver detto una verità? E’ questo il punto. Lo so perché lo affermo? O l’affermo perché lo so? E come lo so? Da dove deriva questo mio sapere? Deriva dal fatto che parlo, o deriva dal fatto che ci sono delle cose che non dipendono dal mio parlare e al quale esso deve pertanto adattarsi? Lo so perché ho interrogato questa affermazione fino all’estremità, o lo so perché so che tutte le persone muoiono? E come faccio a sapere che tutte le persone muoiono se non so neanche quante sono tutte le persone? Quanti umani nasceranno da qui alla fine dei tempi? E chi lo sa! Che significa “certo”? Devo o non devo saperlo con certezza per dire queste cose? E come faccio a sapere con certezza cos’è il certo se, per saperlo con certezza, devo sapere cos’è la certezza, ma non lo so finché non so cos’è il certo? Ma poi, so con certezza come funziona ciò che si utilizza per compiere tutte queste operazioni, cioè per interrogarsi, per considerare il concetto di “vita” e di “morte”, per costruire una definizione di “certo”?

E’ talmente facile dire delle fesserie che qualche domanda in più non guasterebbe, potrebbe essere molto utile nell’accorgersi di come funziona una domanda, a quali condizioni può esistere e a che cosa serve, che si fa presto a dire “serve per sapere le cose”, ma allora come faccio a sapere che qualcosa è una domanda se per sapere cos’è devo fare una domanda, ma senza sapere cos’è non posso considerarla tale? Bella domanda è! Eh già, non basta farsi domande, occorre anche domandarsi a che condizione sono disposto ad accogliere una risposta? E’ differente, è molto differente sapere che una cosa è vera perché per me è così, ad esempio è vero che mi piace il formaggio, dal credere una cosa vera perché è così, ad esempio quelli che dicono che è vero che esiste dio, esiste la realtà, esistono le cose. Nel primo caso è vero però dipende da me, nel secondo no, non dipende da me, ma per uno strano vizio del pensiero religioso la penso comunque vera e l’unico modo per ritenere vera una cosa che non dipende da me, è pensarla esistente di per sé, che è appunto ciò che viene indicato con “reale” e che, al lato pratico, corrisponde soltanto ed esclusivamente ad una cosa: le credenze condivise, il luogo comune, cioè tutte quelle affermazioni accolte, radicalizzate e ripetute continuamente dalle persone. La credenza nella realtà è l’apoteosi della religiosità. Pensare che esista una realtà delle cose, cioè un modo in cui le cose realmente stanno, è il colmo della religiosità al quale si continua a credere contro ogni logica. Nonostante sia stata messa in dubbio più volte da pensatori tutt’altro che sprovveduti, si continua come se nulla fosse. L’apoteosi. L’idea della realtà è sorretta unicamente dalle affermazioni della vox populi e dell’auctoritas. Affermazioni. Credere del resto non porta a nulla più di questo: fare affermazioni. Cambia la tipologia certo, se credo dirò sempre qualcosa di arbitrario, qualcosa che può benissimo non essere come dico che è e allora se lo dico me ne dovrei assumere la responsabilità, tuttavia, ciò che accade è proprio il contrario.

Credere serve a questo, serve cioè a sbarazzarsi della responsabilità delle proprie affermazioni, la responsabilità del proprio discorso, dunque del proprio pensiero, delle proprie senz-azioni, delle proprie emo-zioni, in definitiva delle proprie azioni, non a caso si chiamano “emozioni”, in quanto sono propriamente ciò che muove. Certo, non è vietato credere, però ecco, poi ci sono delle implicazioni. Sicché risulta importante considerare la credenza in modo un po’ più attento.

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