INTRODUZIONE

ANTEPRIMA DEL CAPITOLO

Di che cosa si sta parlando esattamente quando si parla di “pensiero religioso”?
Per saperlo occorre definire prima il “pensiero” e poi la “religione”, ovviamente facendo tutto questo in modo esatto, ma com’è possibile sapere di aver definito correttamente qualcosa, prima di sapere che cos’è…? Risulta complicato, assai complicato e del resto non è possibile sapere che cos’è un qualche cosa finché non lo si definisce, allora, o tanto vale che il libro finisca qui, oppure continuo a scrivere facendo come fanno quasi tutti, cioè riferendomi a delle cose senza sapere nulla di ciò che sto dicendo, accontentandomi semplicemente di parlare.

Ma come si distinguono il parlare dal pensare? Per il discorso comune, l’unica distinzione tra parola e pensiero è che, quando compio il procedimento per agire la parola, produco un suono, mentre quando compio il procedimento per agire il pensiero, non produco alcun suono. Eppure, adesso, in questo preciso istante in cui queste sequenze di parole si stanno conseguendo l’una all’altra, non c’è alcuna produzione di suono, anche se è proprio di parole che si tratta propriamente, per cui non è proprio una distinzione appropriata quella che fa il discorso comune.

La distinzione tra parola e pensiero non risulta essere necessaria, né per parlare, né per pensare, tant’è che per moltissimo tempo non se n’è fatto uso, proprio perché sia detta, sia pensata, la parola è sempre parola e tutti quanti si parlava benissimo e si pensava anche molto bene. Presso il pensiero sapiente degli antichi greci questa separazione era del tutto inesistente, mentre oggi, forse anche a causa della conseguente confusione che c’è stata nel mentre, le persone considerano la parola come una formalità, una forma di un contenuto che si costituisce in maniera differente da essa e il pensiero, invece, come appunto il contenuto della forma. Cosa questa, che avvia una sorta di inganno perché è come se, a quel punto, la parola presa nella sua forma, non riuscisse mai a dire esattamente il contenuto trovandosi continuamente costretta a dire sempre e soltanto un’altra parola, cioè un’altra forma. Tant’è che, dal momento in cui è stata messa in atto questa distinzione, gli stessi discorsi sul pensiero hanno cominciato a girare a vuoto.

Quelli che parlano del pensiero sono tutti discorsi, su discorsi, su discorsi, su discorsi, su discorsi, su discorsi, su discorsi, su uno dei due discorsi sul pensiero.

Sulla base della distinzione arbitraria tra parola e pensiero, in che modo si potrebbe considerare il pensiero se non come quel procedimento che consente di compiere operazioni ed elaborazioni nei confronti proprio di quel procedimento che si utilizza per parlare…? E allora, non dovremmo forse concludere proprio che la più parte dei discorsi sono costruiti senza la minima interrogazione e la minima elaborazione nei confronti del procedimento che utilizzano per costruirsi?
L’unica condizione di affermabilità di qualcosa è la parola, per cui, anche preso nella separazione che vuole il pensiero qualcosa di differente dalla parola, “pensare” significa propriamente saper interrogare la parola, cosa da cui necessariamente ne consegue che la condizione del pensiero sia proprio la parola e che il pensiero provenga appunto da essa, non il contrario come comunemente si afferma. Del resto, è proprio questa interrogazione che a sua volta può portare a riconsiderarne l’unità e a dare nuovo significato al “parlare”, non più come semplice emissione di suono, o semplice costruzione di sequenze linguistiche, bensì come costruire sequenze linguistiche tenendo conto di sé.

Quelli che parlano del “pensiero” sono tutti discorsi che appunto parlano e allora, o la distinzione è puramente un artificio retorico, oppure occorre affermare che parlare del pensiero è impossibile e rassegnarsi alla sua totale assenza in tutti i discorsi. Sì, ma ormai ho già scritto metà dell’introduzione, che faccio….? O straccio tutto, però poi sono di nuovo da capo perché, in mancanza di questa argomentazione, non ho più i motivi per non scrivere un libro sul pensiero religioso, oppure li considero entrambi come un artificio della struttura che consente l’esecuzione della parola e scrivo un libro parlandone proprio in questo senso. Non mi pare una cattiva idea.

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