Qualunque cosa avviene nella parola

Affermando che qualunque cosa avviene nella parola, dico semplicemente di essere consapevole che tutto ciò che esiste, esiste attraverso delle procedure linguistiche che il parlante pone in atto. E’ esattamente quello che sto facendo anche adesso, non faccio altro che mettere in atto delle procedure linguistiche, qualunque cosa stia considerando di fare e di non fare. Ciò che ho considerato di non fare, è costruire un discorso sostenuto su una menzogna, dunque su una premessa qualunque, arbitraria.

Le cose esisterebbero in assenza di linguaggio?

È ovvio che chiunque preso così alla sprovvista direbbe di sì, ma perché direbbe di sì? Perché è stato addestrato a pensare così, ma non lo sa, non sa cioè il motivo per cui sta rispondendo di sì, non sa che risponde così perché così è stato addestrato a pensare, non sa che questa domanda di fatto non ha nessuna risposta, nessuna risposta che abbia una dignità.
Molti tutt’al più sono disposti a riconoscere che nulla sarebbe conoscibile se non ci fosse il linguaggio, però la maggior parte delle persone afferma che, anche se non fossero conoscibili, le cose esisterebbe lo stesso. Come dire che esistono infinite cose che non si conoscono, però esistono lo stesso, così come in passato molte cose non si conoscevano, però esistevano. Ciò che accade in questi casi, è di non accorgersi come funziona il concetto di esistenza e a quali condizioni è possibile che qualcosa esista. Se l’unico modo per affermare, dunque per sapere, che l’universo è esistito molto prima che se ne parlasse, è il fatto che se ne parli, allora, con lo stesso criterio, si può dire anche che la persona che afferma queste cose esisteva prima che si parlasse di lei…

Ma come si fa a sapere che qualcosa esiste in assenza di linguaggio, se per sapere qualunque cosa, compreso che esso non esiste, esso deve esistere?

Ma poi, per chi esiterebbero le cose in assenza di qualcuno che ne parli, le pensi, le consideri, le percepisca in quanto tali, cioè in quanto cose? In che modo potrebbero esistere senza?
Molti, per evitare di affrontare questioni scomode, si limitano ad enunciare la possibilità, o la probabilità dell’esistenza di qualcosa, ma come sanno che qualcosa è probabile? E a quali condizioni posso intendere che qualcosa è probabile? Che posso provarla, oppure che non posso? E in che modo posso provarla? Lo so? E se non lo so, come faccio a dire che è probabile?
Non è del tutto irrilevante porsi qualche domanda prima di partire a dire un sacco di sciocchezze.

Per poter affermare che qualcosa esiste, occorre provarlo, ma senza il linguaggio come potrei provarlo? Qualunque criterio di prova è fatto da una premessa, dei passaggi ed una conclusione, è fatto cioè di inferenze, è fatto dal linguaggio.

Laddove non c’è la consapevolezza del funzionamento del linguaggio, ecco che allora c’è la confusione tra il costruire una sequenza, da cui reperire un risultato, cioè un significato e l’aver trovato il “come stanno le cose”, un’interpretazione dell’universo mondo così come ha sempre cercato la metafisica, cioè come stanno le cose al di là di quella sequenza, che è chiaramente una contraddizione in termini.

Non sapendo come funziona il linguaggio il risultato della sequenza prodotta viene scambiato per la descrizione della realtà delle cose, come se fosse la semantica prodotta a produrre quella sequenza e non il contrario.

Ciò che produce la sequenza sono le regole su cui il discorso si fonda ed esistono soltanto due tipi di regole:

  • quelle dettate dalla credenza
  • quelle dettate dalla conoscenza del funzionamento del linguaggio.

Soltanto nell’accorgersi di queste, ci si accorge che anche ciò a cui si crede, sottende regole molto più forti e necessarie che non hanno bisogno di essere credute perché si utilizzano anche per credere, con la precipua differenza che chi crede le nega, le nega proprio per poter affermare la propria credenza, che è appunto quella che dice che le cose che si dicono non provengono dal linguaggio, ma non si accorge che può fare ciò soltanto attraverso l’affermazione implicita delle regole fondamentali e che pertanto il suo discorso risulta sempre auto contraddittorio, cioè nega implicitamente quelle regole arbitrarie su cui si dovrebbe sostenere. Il linguaggio non ha bisogno della fede, è la fede che può esistere soltanto all’interno del linguaggio.

La credenza più diffusa, è proprio quella che la fede sia necessaria per parlare, per affermare le cose, la maggior parte dei discorsi iniziano con “io credo che” anziché “io affermo che”. Talvolta però non è del tutto errato, nel senso che se non conosco le regole del logos, cioè quelle che fanno funzionare il mio come qualunque altro discorso, allora non ho altro modo per costruire il discorso di quello di inventare e stabilire delle regole, oppure di accogliere quelle che altri hanno inventato e stabilito, non ci sono alternative.

Tutto ciò che è arbitrario può anche non essere, per cui, se qualcuno dice che è, allora è perché lui lo pone in quel modo, attraverso un criterio arbitrario del quale spetta a lui assumersene la responsabilità.

Non si tratta di responsabilità giuridica, o penale, ma di saper rispondere del modo in cui si costruiscono i propri pensieri. Ciò che ciascuno pensa e accoglie come vero, è una sua scelta e, se una persona è consapevole di ciò, sa assumersi la responsabilità delle sue scelte. Altrimenti no, come la maggior parte degli esseri umani.

Il linguaggio è una struttura che costruisce proposizioni e le proposizioni che costruisce non fanno altro che parlare di altre proposizioni. Se una persona non ha modo di accorgersi che sono proposizioni quelle di cui parla, dal momento in cui ritiene che la proposizione che ha costruito intorno ad altre proposizioni è vera, cioè non contraddice la premessa in cui crede, tutto ciò di cui parla quella proposizione per lui è reale, nell’accezione di “reale” come qualcosa che sta al di là della parola, cioè che esiste al di là della condizione per cui può essere considerato vero. Chi fa tutto ciò, lo fa inconsapevolmente e pertanto considera il risultato di una sequenza linguistica come qualcosa di esterno al linguaggio, senza considerare che ha scelto lui di utilizzare quel criterio e lo ha scelto attraverso la condizione per poter scegliere, cioè la parola.

Per affermare che qualcosa esiste al di là della parola, occorre che si sappia che cos’è l’esistenza.

L’unico modo per sapere cos’è l’esistenza è quello di dare una definizione, per dare una definizione però, occorre sapere cos’è una definizione. Ma per sapere cos’è una definizione, ancora una volta, devo saperla definire.
Ma come faccio a sapere cos’è una definizione se prima la devo definire, ma per definirla devo già sapere cos’è una definizione? Quando il pensiero incomincia a porsi queste domande si sta interrogando intorno alle condizioni di se stesso e questo è fondamentale che lo faccia, perché prima di potersi mettere a riflettere su qualunque cosa, occorre che ciascuno sappia con che cosa riflette e a quali condizioni è possibile farlo.

Soltanto avendo data una definizione di esistenza è possibile a quel punto chiedersi anche se essa esista al di là della parola, oppure no, ma se esiste al di là della parola, allora occorre chiedersi anche se esiste di per se, o esiste per conto terzi, cioè se altro la fa esistere. O non bisogna chiedersi nulla…? Occorre farlo necessariamente e, facendolo, si viene a sapere che non c’è assolutamente nulla che garantisca della sua esistenza al di là della parola, tranne una definizione, tranne cioè il fatto che qualcuno lo dica, in pratica tranne la parola.

Senza una definizione necessaria, innegabile, qualunque definizione è sempre e comunque totalmente arbitraria, per cui non ha nessun interesse chiedersi se qualcosa esiste oppure no.

Laddove, invece, si voglia trovare una definizione di esistenza necessaria, occorre chiedersi cosa deve fare necessariamente l’esistenza perché qualcuno possa dire che qualcosa esista.
Intanto, deve necessariamente significare qualcosa. È necessario che significhi qualcosa, perché se non significa qualcosa, allora dire che qualcosa esiste, o non esiste, non ha nessun significato e lo stesso vale per tutto ciò che uno dice, o può dire perché sarebbe un dire la cui esistenza non avrebbe alcun significato. Senza un significato, non si può sapere nulla di ciò che esiste, o non esiste perché l’esistenza di qualunque sapere non avrebbe alcun significato e come posso dire di sapere senza sapere il significato di ciò che dico….?

Pertanto, dato che l’esistenza deve necessariamente significare qualcosa, allora ecco una definizione di esistenza necessaria: esistere significa significare qualcosa.

Ora, per significare qualcosa, un qualunque elemento, richiede la presenza di un altro elemento a cui quel qualcosa rinvii, facendo così segno e producendo così un significato.
Gli unici elementi che si prestano ad un’operazione del genere, sono quelli del linguaggio. Per cui, affermare che qualcosa esiste al di là del linguaggio, o esisteva prima di esso, cosa significa dunque? Significa propriamente che qualcosa ha un significato prima che possa averne uno. In pratica, una pura squinternaggine. L’unica cosa che un’affermazione del genere può significare, è che è auto contraddittorio affermare che qualcosa esiste senza linguaggio in quanto, affermare che qualcosa esiste, significa semplicemente che ha un significato, cioè che è nel linguaggio.

Dunque, le cose esisterebbero lo stesso senza il linguaggio? A meno di non voler utilizzare un atto di fede, questa domanda di fatto non ha alcun significato perché quelle “cose” di cui parla, sono appunto cose che provengono dal linguaggio, sono cose che sono tali perché sono nel linguaggio e che non è possibile portare “al di là” della parola.